GHILARZA. Le acque dell’Omodeo non nascondono solo un cadavere. Il lago, ancora per poche ore ormai, cela il finale di un assurdo giallo di cui manca solo l’ultima riga. La trama è tutta già scritta in un’intercettazione ambientale in cui nulla sembra poter essere equivocato. Anche i nomi dei colpevoli sono già scritti e il colpo di scena, visto il grado di certezza regalato dalle indagini, appare purtroppo impossibile. Il corpo che giace sul fondale è quello di Manuel Careddu il diciottenne di Macomer sparito la sera dell’11 settembre dopo essere sceso dal pullman alla stazione di Abbasanta. Sulle sponde del lago non è arrivato da solo e non si è gettato volontariamente in acqua. È stato assassinato e ad ammazzarlo, probabilmente per un debito da poche centinaia di euro per questioni di piccolo spaccio di droga, sarebbero stati i cinque amici, trasformatisi in assassini, coi quali aveva un appuntamento trappola quella sera.

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Il blitz e gli arresti. Dall’alba di ieri, momento in cui è scattato il blitz dei carabinieri in contemporanea nelle quattro case tra Ghilarza e Abbasanta, sono in manette cinque ragazzi: tre maggiorenni di 20 e 19 anni e due minorenni, entrambi di 17 anni. I primi sono i ghilarzesi Cristiano Fodde, Matteo Satta e Riccardo Carta, i minorenni sono il ghilarzese C.N. e G.C., originaria di Macomer e residente ad Abbasanta. È l’alba quando escono in manette dalle loro case dopo un’azione congiunta del Reparto Operativo della Compagnia di Oristano agli ordini del colonnello David Egidi e del maggiore Mariano Lai, dei Cacciatori di Sardegna coordinati dal maggiore Alfonso Musumeci e dei militari della Compagnia di Ghilarza comandati dal capitano Massimo Fornasier. Da lì i ragazzi finiscono nella caserma del Comando provinciale di Oristano dove ad attenderli per interrogarli separatamente e alla presenza degli avvocati difensori Gianfranco Siuni, Giancarlo Frongia, Aurelio Schintu, Emanuele Tuscano e Francesco Campanelli c’è anche il procuratore Ezio Domenico Basso. Usciranno dopo ore – uno di loro avrebbe anche ceduto confermando almeno in parte le accuse – e l’ultima tappa la faranno verso le due carceri che li ospitano: quello minorile per i diciassettenni, quello di Massama per i tre maggiorenni.

Ucciso per un debito. L’interrogatorio appare una formalità, ma non perché i cinque non abbiano da temere, bensì perché ciò che serve a incastrarli è già apparecchiato sul tavolo di un’indagine che non sembra avere sbavature o zone d’ombra. Quando gli inquirenti procedono all’arresto accordato dal giudice per le indagini preliminari hanno in mano ben più di una serie di indizi. Ci sono anche quelli, certo, ma la verità è che sanno già tutto dell’omicidio. Non svelano come sia avvenuto, se sia stata usata un’arma da fuoco oppure sia successo qualcos’altro di talmente assurdo e violento che vien difficile anche da credere, ma appare chiaro che sappiano tutto proprio come se fossero stati presenti al delitto. Non sono lì fisicamente, ma attraverso un’intercettazione possono ascoltare, purtroppo a omicidio già commesso, quanto era avvenuto quella sera. Parola per parola, in un’escalation di violenza generata da un credito che Manuel Careddu vantava verso i cinque coi quali aveva forse scambiato della droga.

La morte e la svolta. Il ragazzo, l’11 settembre, scende dal pullman in arrivo da Cagliari alla stazione di Abbasanta. Manda un messaggio alla mamma in cui dice con chi aveva appuntamento e fa il nome della ragazza minorenne che l’avrebbe attirato nella trappola preparata di cui sarebbe stata parte attiva assieme agli altri quattro amici. Poi, Manuel Careddu sparisce per tutti, ma non per i cinque che sanno bene dove abbia esala il suo ultimo respiro e dove sia stato abbandonato il suo corpo senza vita. Per neanche un mese i cinque cercano di far finta di nulla e continuano a comportarsi come se vivessero giornate normali. Eppure sanno di avere un cadavere su quel che resta della loro coscienza e temono che la verità, a differenza di quel corpo ormai sott’acqua, prima o poi affiori. E viene a galla molto prima e molto più facilmente di quanto possano pensare. È successo infatti che l’auto su cui sale Manuele Careddu e su cui i cinque viaggiano dalla stazione di Abbasanta alle rive del lago non è un’auto qualsiasi. Appartiene al genitore di uno di loro e contiene una microspia e un rilevatore satellitare. Il padre di uno dei ragazzi è indagato da tempo per un altro reato. Così i carabinieri, quando vanno a ricontrollare il percorso, scoprono che ha viaggiato dalla stazione di Abbasanta sino all’Omodeo. E quando vanno ad ascoltare i dialoghi all’interno dell’auto in quegli assurdi minuti di violenza, sentono la cronaca del delitto minuto per minuto. Non c’è più motivo di aspettare oltre, così chiedono l’autorizzazione all’arresto che puntualmente arriva. Manca l’ultima tessera del puzzle, il corpo di un ragazzo di diciotto anni gettato nelle acque dell’Omodeo. Lo cercheranno oggi i sommozzatori tra le correnti del lago. Ma non sempre c’è bisogno di un corpo per arrivare a una condanna per omicidio. La storia del delitto è già stata raccontata dagli assassini. Stavolta sembra proprio che l’ultima riga del giallo non sia necessaria. È tutto già scritto. (ha collaborato Eleonora Caddeo)
 

fonte: La Nuova Sardegna