Il centro storico di Sassari è quello che sembra: un vecchio abbandonato a se stesso, un nonno triste. Gli abitanti del centro storico, invece, non sembrano quello che sono: uomini e donne che hanno gli stessi diritti di tutti gli altri residenti. Tra i diritti di un cittadino c’è anche quello alla sicurezza. Gli abitanti del centro storico invece non si sentono più sicuri. Non è una sensazione, è un fatto incontestabile.

Nel quartiere storico di Sassari, in quello che un tempo fu il suo cuore pulsante e la culla delle sue tradizioni, la percezione della sicurezza sociale è scaduta ai minimi termini. Soprattutto nei vicoli, dopo una certa ora fa paura anche passare in auto. Bisogna fare qualcosa.

Stiamo per entrare nella campagna elettorale per le elezioni comunali della prossima primavera. La competizione si annuncia agguerrita e vedrà i candidati affrontarsi sui temi roventi che sono altrettante ferite aperte: il lavoro che non c’è, la crisi economica, la sicurezza, le infrastrutture, i trasporti, il recupero del centro storico e l’emergenza sociale che la “zona rossa” rappresenta. Su quest’ultimo punto ci saranno scambi di accuse tra i candidati, difese d’ufficio e autodifese appassionate. Scenderanno in campo gli urbanisti, i sociologi. Si dibatterà sul futuro tralasciando di parlare del passato perché, se si affrontasse l’argomento con onestà intellettuale, bisognerebbe aprire un armadio pieno di scheletri. Tiriamone fuori qualcuno.

Fino ad oggi tutte le politiche – di destra, di centro e di sinistra – per il recupero del centro storico di Sassari sono fallite. La madre di tutti gli errori fu la scelta di spopolare il cuore cittadino a favore di altri punti della città, cui fece seguito la decisione di gonfiare la grande distribuzione a Predda Niedda a discapito del commercio nel centro.

La cosiddetta zona “industriale” è così diventata la vera piazza cittadina. Tutto questo mentre il centro storico, che prima pullulava di piccole e grandi realtà commerciali, andava a morire. La Ztl, nata per sostenerlo, gli ha invece dato il colpo di grazia.

Tutte le amministrazioni comunali hanno cercato di porre rimedio a questa situazione, ma la verità è che nessuna giunta è riuscita a fare l’unica cosa che bisognava fare: convincere i proprietari delle case a ritornare in centro, oppure imporre loro di rendere quegli edifici abitabili per destinarli magari alle migliaia di studenti universitari che frequentano l’ateneo cittadino. Bisognava fare un patto sociale e rispettarlo. Non è stato fatto, non solo per colpa delle politiche inefficaci o sbagliate. Nel centro storico, troppi proprietari di alloggi hanno preferito lucrare senza costruire niente. In tanti hanno puntato con ingordigia e cinismo sugli affitti in nero, senza mai fare all’interno e all’esterno degli immobili alcun lavoro di ristrutturazione. I tuguri del centro storico sono diventati una babele di persone che vivono ai margini, in condizioni igieniche e sociali degradate. Caleidoscopio di culture ma anche luogo di disagio e di traffici illeciti che viene vissuto dalla città come un corpo estraneo. Degrado chiama degrado.

Dopo tanto tempo e tanti errori, disinnescare questa bomba sociale non è semplice ma si deve fare. Questo sarà il tema della prossima campagna elettorale. Nell’attesa, il Comune e le forze dell’ordine potrebbero moltiplicare i controlli negli

alloggi più fatiscenti. I residenti devono dimostrare di avere un regolare permesso di soggiorno, ma i proprietari devono mostrare un regolare contratto di affitto. Il patto per uscire dall’emergenza nel centro deve essere questo: nessun miracolo, ma passi spediti sulla strada della legalità.

fonte: La Nuova Sardegna