ITTIREDDU. «La quantità di Dna rilevata dai Ris sul cordoncino del pantalone della tuta (che per il pm è stato usato dal killer per avvolgere l’arma ndc) era estremamente scarsa. Questo può significare due cose: che la manipolazione è stata molto fugace o che ci sia stato un trasferimento secondario o terziario». Tradotto: non si può attribuire con certezza quel Dna a una sola persona. È la sintesi cui è arrivato Vincenzo Agostino, biologo forense con un ricco curriculum, nominato consulente dall’avvocato Pietro Diaz che difende Vincenzo Unali dall’accusa di omicidio.

Il processo è quello che si sta celebrando davanti alla corte d’assise di Sassari presieduta da Massimo Zaniboni (a latere Giuseppe Grotteria) per il delitto di Ittireddu del 15 dicembre 2016. Alessio Ara, un operaio di 37 anni, era stato ucciso con due fucilate mentre stava per entrare a casa della madre. Per quell’omicidio è in carcere Vincenzo Unali, 55enne di Mores. A casa dell’imputato la vittima aveva eseguito dei lavori in un appartamento al piano terra dove sarebbe dovuta andare ad abitare una figlia di Unali, insieme al suo compagno Costantino Saba. E proprio nell’ambito familiare gli inquirenti avrebbero inquadrato il movente del delitto. E cioè nella presunta relazione che la figlia dell’imputato avrebbe avuto con la vittima. Relazione mal digerita dal padre che avrebbe deciso di “vendicare” il tradimento uccidendo Ara.

Una delle prove chiave dell’inchiesta era proprio il Dna. Tracce biologiche furono rinvenute su un indumento che fu trovato vicino al luogo dell’omicidio e che, secondo il pm Giovanni Porcheddu, fu perso dal killer durante la fuga. Si tratta del pantalone di una tuta che sarebbe stato usato per avvolgere il fucile. In particolare quelle tracce si trovavano su un laccio che, sempre secondo la ricostruzione della Procura, fu utilizzato per chiudere l’estremità del pantalone. Il Dna risultò compatibile con quello di Unali.

Ma per la difesa c’è un altro elemento su cui non si può sorvolare. All’interno del pantalone della tuta era stato trovato il Dna di un’altra persona, al momento ignota. E questo particolare, a parere della difesa, dovrebbe far vacillare le certezze degli investigatori. Non è dello stesso avviso la Procura secondo la quale si tratterebbe di un dettaglio irrilevante dal momento che quella tuta poteva benissimo appartenere ad altri e in tal caso era ovvio che ci fosse un Dna differente. Ciò che invece per il pm è rilevante è chi ha stretto quel laccio per realizzare la custodia dell’arma. E su quel laccio c’era il Dna dell’imputato. Ma Agostini ieri ha spiegato alla corte che la certezza assoluta non esiste: «Le linee guida nazionali e internazionali dicono che quando non c’è certezza quantitativa e qualitativa (considerato che non è nemmeno stata determinata la natura delle tracce) vanno eseguite almeno tre repliche. E in questo caso non è stato fatto». La quantità infinitesimale di Dna isolata, è la conclusione, potrebbe esser stata “trasferita” sul cordino da una seconda persona che magari aveva stretto la mano a Unali.

Ed ecco spiegato perché il Dna dell’imputato era finito sul laccio. «Oppure, in precedenza Unali aveva toccato il cordoncino che poi gli è stato sottratto».

Nel processo i familiari della vittima che si sono costituiti parte civile con gli avvocati Luigi Esposito e Ivan Golme.

fonte: La Nuova Sardegna