COSSOINE. Un silenzio irreale, sospeso, una cappa di tristezza che stenta a sollevarsi. Così Cossoine si è risvegliato all’indomani della tragica scomparsa di Silvio Sotgiu, l’operaio 42enne morto a Reggio Emilia a causa della esplosione del silos di acetilene nell’ex inceneritore Iren dove stava eseguendo una saldatura.. Nel paese di origine dell’operaio le azioni quotidiane non sembrano più le stesse, ci si guarda negli occhi e si piange, ci si interroga sul senso di una vita fatta di sacrifici, di rinunce – seppure addolcita dalle tante occasioni in cui, o in Emilia o in Sardegna, Silvio mostrava tutta la sua socialità e il suo affetto per le persone che lo circondavano – che poi finisce così, nel modo più inaccettabile.

Perché non si può uscire la mattina, a 42 anni, fieri del proprio lavoro e della propria professionalità, e poi non far ritorno a casa, la vita stroncata da quella che nessuno e per nessun motivo potrà chiamare “una tragica fatalità”. Silvio Sotgiu lavorava per la “Vopertec srl”, un’azienda con sede a Genova che a Reggio Emilia sta eseguendo lavori in subappalto dalla ditta “Pellicciari srl”.

Intorno al dolore dei familiari si è stretta l’intera comunità di Cossoine. A iniziare dalla sindaca, Sabrina Sassu, che appena appresa la notizia ha portato ai familiari l’angoscia e il cordoglio di tutto il paese. E che intende proclamare il lutto cittadino in occasione dei funerali di Silvio. «Perché tutte le morti sono dolorose – dice Sabrina Sassu – ma quella di un figlio del nostro paese che emigra alla ricerca del lavoro e che poi non torna più perché scomparso in circostanze tanto drammatiche, è una tragedia che scuote tutti nel profondo, e di cui le stesse istituzioni devono farsi interpreti».

E anche perché Silvio doveva tornare in Sardegna proprio in questo fine settimana, insieme alla compagna Irene, che sarebbe stata la madrina della cresima di Alberto, quel nipote adorato con cui Silvio ha corso la sua ultima Ardia a Giave.

Lo conferma fra le lacrime Piero, padre di Alberto e fratello di Silvio, che insieme agli altri fratelli – Luigi, Giovanni e Giacomina e alle rispettive famiglie – non riesce a darsi pace per una morte tanto tragica.

«Lo aspettavamo questi giorni – dice Piero – per una festa, e non per un funerale! Ora, invece, dobbiamo solo attendere che facciano l’autopsia e che ci autorizzino a riportarcelo a casa». La cognata, Antonia, ha testimoniato su facebook il suo affetto per Silvio e il dolore per la sua scomparsa: «Mi dicevi sempre Albertino è il mio orgoglio, tu stai tranquilla che a lui ci penso io. E ora come faccio? Come fa lui senza di te, come facciamo tutti noi? Sei stato un meraviglioso cognato, sempre attento a tutto, disponibile e altruista».

Lo stesso grande dolore esprime Giovanni, un altro dei fratelli. «Ci siamo visti l’ultima volta a luglio – dice Giovanni – quando era tornato in Sardegna per l’Ardia di Giave. Ma ci sentivamo spesso, anche perché io ero l’addetto alla custodia e alla cura del suo cavallo, cui teneva più di ogni altra cosa nella vita».

«Mi chiamava spesso – aggiunge Giovanni – e si preoccupava che il cavallo avesse da bere e da mangiare, che il recinto fosse ben chiuso, che stesse bene di salute».

E proprio lo sconfinato amore di Silvio per i cavalli ha indotto il parroco don Peppino Simula e i cavalieri di Cossoine a pensare che sarebbe un gesto che lui avrebbe apprezzato molto, quello di essere accompagnato nel suo ultimo viaggio, dagli amici di tante galoppate, a cavallo.

È partito così il tam tam che ha già raccolto molti consensi, per una sobria partecipazione di cavalli e cavalieri, senza collane e senza nessun altro segno che non sia di lutto e di dolore per quell’amico così tragicamente e prematuramente scomparso.

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fonte: La Nuova Sardegna