Il silenzio che avvolge via Principessa Maria a Sassari, due mesi dopo l’esplosione, è il rumore più assordante. Nella tristezza delle macerie rimangono bloccate due automobili, testimoni muti del terrore vissuto quella mattina del 30 giugno. La presenza di transenne e il nastro della Questura sventolante confermano che la zona è ancora sotto sequestro, con l’inevitabile curiosità di chi passa di fronte.
Giovanni Manconi, 56 anni, imprenditore sassarese, è uno degli sfollati che hanno perso tutto nell’incidente. Ogni giorno si ritrova davanti alle rovine della sua casa, incapace di accettare la devastazione che ha colpito la sua esistenza. La mancanza di supporto da parte delle istituzioni lo ha costretto a cercare aiuto in una terapia psicologica per superare il trauma.
Antonio Lorenzoni, 80 anni, medico in pensione residente nel palazzo di fronte alla tragedia, racconta il terrore vissuto quella mattina. I vetri dell’appartamento in cui vive sono esplosi a causa dell’onda d’urto, lasciando segni indelebili della paura provata. La sua testimonianza è un monito sulla fragilità della vita e sull’importanza di non sottovalutare la sicurezza.
Il tempo sembra essersi fermato davanti alle macerie di via Principessa Maria. Mentre la normalità cerca di riprendersi nel resto della città, quel crocevia rimane immobile, catturato dalla polvere e dal silenzio che avvolgono il ricordo di quel tragico giorno. Sopravvissuti e sfollati continuano a cercare di ricostruire le proprie vite, con la consapevolezza che nessuna parola potrà cancellare il dolore e la paura vissuti durante quell’esplosione.
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