Sardegna: due atenei e 36mila studenti universitari in un’isola che conta attualmente un milione e 560mila abitanti, ma che si sta spopolando costantemente, tristemente. Nel frattempo, altrove, c’è un “Paese invisibile”, ma è “un Paese che cresce più di ogni altro. Non ha confini, né eserciti, né capitale ufficiale. Eppure conta 264 milioni di abitanti e produce una delle risorse più preziose al mondo: conoscenza. È il Paese degli studenti universitari, una nazione invisibile che si estende su 21.000 atenei in oltre 190 Paesi. Una potenza demografica in piena espansione, +164% rispetto all’anno 2000 (UNESCO), che ridisegna gli equilibri dell’economia globale”.
Ecco, che cosa succederebbe se le università di Cagliari e Sassari riuscissero a far emigrare nell’isola una piccolissima, quasi infinitesimale parte di questo grande Paese? Se lo chiedono Luciano Gutierrez e Luca Deidda, docenti nell’ateneo sassarese, in un post sulla newsletter Data Refero: “Immagina un’isola che attrae talenti dal mondo, invece di vederli partire. Possibile? Sì. Necessario? Assolutamente”.
Anticipiamo la conclusione dei due studiosi: “La Sardegna può diventare un laboratorio di conoscenza, un luogo in cui il sapere incontra la qualità della vita. Ma serve coraggio: quello di cambiare prospettiva.
Di passare da isola a hub del sapere, da periferia a destinazione.
E forse, un giorno, potremmo dire con orgoglio che anche la Sardegna ha trovato la sua via nel Paese invisibile di 264 milioni di studenti”.
Il ragionamento completo lo trovate a questo link
Con il consenso degli autori, riportiamo alcuni passi del post di Gutierrez e Deidda. Chi volesse dire la sua, può farlo scrivendo a redazione@sassarinotizie.com
“Mentre gli Stati Uniti, la Cina e perfino la Turchia si contendono le menti migliori, l’Italia e soprattutto la Sardegna restano ai margini, con un’incidenza di studenti stranieri tra le più basse d’Europa. Eppure, attrarre studenti internazionali non è solo una questione accademica: è una strategia di sopravvivenza economica.
Negli ultimi vent’anni, il mondo ha vissuto una vera e propria esplosione educativa.
L’università non è più un privilegio per pochi: in Nord America e in Europa, otto giovani su dieci in età universitaria varcano le porte di un ateneo. (…)
Oggi sette milioni di studenti decidono di studiare all’estero; erano 2 milioni nel 2000! Gli Stati Uniti restano la destinazione preferita, ma perdono terreno, un effetto collaterale delle politiche restrittive dell’era Trump. Anche la Brexit, nel Regno Unito, ha introdotto delle barriere alla mobilità studentesca, in un paese una volta terra ambita da molti studenti universitari internazionali.
Nel frattempo, la Cina è passata da esportatrice a importatrice di studenti: segno che la reputazione si può costruire, e in fretta.
L’Italia segue l’andamento europeo, ma con un passo più lento. (…) E se guardiamo alla Sardegna, la situazione è ancora più fragile: le due università isolane hanno sì raddoppiato la percentuale di studenti stranieri nell’ultimo decennio — dallo 0,8% all’1,6% (e queste percentuali non si riferiscono agli studenti internazionali “veri”) — ma restano lontane dalla media nazionale e anni luce dai poli europei .
(…) Eppure, ogni studente internazionale è un piccolo moltiplicatore economico. Spende, vive, crea relazioni e spesso resta (secondo uno studio IZA). Chi ha studiato in un luogo tende a tornarci, ad aprirvi un’impresa, a collaborare con le sue istituzioni.
(…) La domanda è semplice, quasi ingenua: come si fa a diventare una terra di studenti? La risposta sta in due parole: reputazione e accoglienza.
1. Reputazione
Non basta avere un’università: serve averne una che conti, che venga riconosciuta, citata, desiderata.
La reputazione nasce da docenti che pubblicano su riviste internazionali, da ricercatori che vincono progetti europei, da corsi che parlano la lingua del futuro: interdisciplinarità, innovazione, esperienze pratiche.
(…) 2. Accoglienza
La reputazione attrae, ma è l’accoglienza a far restare.
Studiare all’estero è un salto nel vuoto: chi arriva deve sentirsi accolto — non come ospite, ma come parte di una comunità. E questo comincia dalle cose semplici: siti web chiari, informazioni tradotte, procedure comprensibili.
(…) Collaborare per contare
Le università di Cagliari e Sassari non devono competere, ma allearsi. Un’unica visione, un marchio condiviso, un progetto comune di internazionalizzazione. Più collaborazione, meno frammentazione.
Perché la forza non sta nel moltiplicare gli sforzi, ma nel concentrarli. Ogni studente straniero che sceglie la Sardegna porta un mondo nuovo, idee, relazioni, futuro.
La Sardegna che vuole crescere
Non serve immaginare una Silicon Valley del Mediterraneo. Basterebbe iniziare a credere fattualmente, e non solo con le parole, che l’università è un’infrastruttura per lo sviluppo”.
Leggi l’articolo completo su: Sassari Notizie
Fonte originale e approfondimento: Sassarinotizie

GIPHY App Key not set. Please check settings