La fascinazione della Sardegna come isola dei detenuti, luogo di confino e punizioni, e soprattutto terra morfologicamente e geograficamente ideale per ospitare i reietti con maggiore sicurezza di evitare fughe e disordini, ha attraversato i secoli e ha contagiato anche questo governo. Intorno a questo si riaccende ciclicamente il dibattito sulla opportunità che la Sardegna accolga i detenuti del Continente, e in particolare quelli più pericolosi, mafiosi e soggetti ai vari regimi di sicurezza, fino al più duro. Come quelli del 41 bis, su cui nelle ultime settimane si è riacceso il faro: sarebbe infatti imminente il trasferimento già paventato a inizio anno, di 92 persone sottoposte al carcere duro nell’Isola. E non più, come sembrava inizialmente, spalmati in tre istituti ma solo in uno, quello di Badu ‘e Carros, da dove peraltro il boss mafioso Raduano è evaso qualche anno fa.
Non c’è un atto ufficiale, un decreto, una circolare del ministero della Giustizia che certifichi nero su bianco il trasferimento massiccio nelle carceri della Sardegna, e a Nuoro in particolare. Ma il timore che l’isola stia diventando, passo dopo passo, uno dei principali poli nazionali della detenzione di massima sicurezza non è più solo una suggestione politica. È una preoccupazione concreta, alimentata da cantieri in fase avanzata, da spostamenti interni di personale, da interi padiglioni riconvertiti, mentre il sistema penitenziario sardo è già oggi in forte sofferenza. A confermarlo a CagliariToday è Irene Testa, Garante regionale delle persone private della libertà, che fotografa una situazione al limite: “Non esiste un documento che conferma il trasferimento. Non mi risulta. Ma il rischio c’è, ed è evidente”.
Come ha già ricostruito CagliariToday, la Sardegna rischia di diventare la prima regione italiana per concentrazione di detenuti al 41 bis, con Uta, Bancali e Nuoro al centro della riorganizzazione del sistema penitenziario nazionale.
Nessun confronto istituzionale: “Scelte calate dall’alto”
Il nodo centrale resta l’assenza di un confronto istituzionale. Regione, Comuni, garanti e parlamentari sardi denunciano da settimane un muro di silenzio da parte del ministero della Giustizia. “Non esiste che il ministero non dialoghi, non risponda, non interloquisca con nessuno – sottolinea la Garante -. Non con la Regione, non con i sindaci, non con i garanti. Questo atteggiamento non è accettabile”. Stesse rimostranze sollevate ieri dai due deputati sardi, di fazioni opposte, Pietro Pittalis (Fi) e Francesca Ghirra (Avs): entrambi chiedono al ministro delle spiegazioni, oltre a un confronto con le istituzioni locali e a una distribuzione nazionale più equilibrata dei detenuti sottoposti al regime di carcere duro.
Fonte originale e approfondimento: Sassaritoday









