Picchiato a Sassari: «Voglio i nomi degli aggressori»

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L’appello di Angelo Piras, netturbino aggredito da cinque ragazzi nel 2017: di loro non si sa ancora nulla Paolo Ardovino

04 Ottobre 2021

SASSARI. Qualche giorno dopo il fattaccio, Angelo Piras diceva: «Provo un misto di rabbia e amarezza». È incredibile come a distanza di quattro anni e mezzo, il malcapitato usi esattamente le stesse parole. Cinquantasette anni, operatore ecologico, nel 2017 vittima mentre lavorava di un’aggressione feroce compiuta da parte di cinque ragazzini. Di cui ancora non si conoscono le identità. È proprio questo che fa male ad Angelo, oltre alle parti del corpo che ancora presentano segni profondi – non solo fisici. «Voglio i nomi, voglio sapere chi è stato», dice. L’episodio. Non è un appello urlato perché le frasi escono dalla bocca di Angelo un po’ alla volta, mortificate dal ricordo dell’accaduto e dagli acciacchi. Col tempo ha avuto altri problemi, ma intanto quella brutta giornata ha significato un occhio tumefatto, tre costole incrinate, un forte dolore a una spalla e la mandibola contusa. Ancora una volta riavvolge il nastro, l’ha fatto tante volte in tutto questo tempo: era mattina presto, attorno alle sei, e lui come ogni giorno era impegnato nella pulizia delle strade. «I colleghi mi dicono sempre che dovrei farmi gli affari miei, forse hanno ragione», sì perché il guaio è stato rimproverare un gruppo di adolescenti che si divertiva a rovesciare contenitori della spazzatura. Lui li ha ripresi, loro si sono vendicati. A salvarlo, l’intervento di un vigilante, poi sul posto sono arrivati polizia e 118. Non era la prima volta per Angelo Piras, che già aveva subito una piccola aggressione un anno prima, durante la discesa dei Candelieri del 2016, senza conseguenze gravi. «Ascoltatemi». Quasi cinque anni dopo non è cambiato nulla. Nessuna risposta. Aleggia il vuoto. Servirebbe l’aiuto di un avvocato ma «purtroppo non avevo e non ho la possibilità di farmi assistere da qualcuno». Si badi bene: non è pietismo. È una storia complicata, aggravata da quel brutto episodio che ancora si porterà dietro lunghi strascichi, spiega Angelo Piras, che aveva voglia di parlare e lo ha fatto il prima possibile, poco dopo il turno di lavoro con la divisa Ambiente Italia ancora addosso. Per farsi sentire, si diceva, servirebbe un avvocato, ma lo stipendio è quello che è, i figli sono tre e la moglie, malata, necessita di cure. Ora la richiesta è semplice.Risposte. «Vorrei sapere chi mi ha picchiato. Non so se li potrei perdonare, vorrei che almeno i genitori pagassero i danni morali e fisici – e ancora –. Io da solo non sono riuscito a far niente, dopo l’episodio mi hanno fatto vedere diverse foto ma non avrei potuto riconoscerli. Poi non capisco: è successo in un punto (nel tratto di viale Italia tra il bar Abetone e la tabaccheria) dove c’erano delle telecamere, mi viene da pensare che qualcuno fosse figlio di buona famiglia e non si è voluto punirlo…». La frase, più che facile dietrologia, rappresenta il tentativo di darsi una spiegazione in assenza di risposte. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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