Sala d’attesa in strada a 40 gradi

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Al pronto soccorso non esiste accoglienza e i parenti dei malati aspettano ore sul marciapiededi Luigi Soriga

14 Luglio 2021

SASSARI. Ore 12,30, viale Italia, sole a picco, 40 gradi: una ventina di persone cercano riparo all’ombra degli alberi, un po’ come fanno le greggi ammassate sotto gli ulivi. Hanno appena accompagnato i propri parenti al pronto soccorso e stanno aspettando notizie sul loro destino. Il marciapiede è la loro sala d’attesa all’aperto, perché quella indoor dell’Aou, è stata chiusa per ragioni di sicurezza, da quando è cominciata la pandemia. Ma in viale Italia non c’è una panchina, non esiste un posto per sedersi, e allora quasi tutti stanno appollaiati alla ringhiera aspettando che qualche medico o infermiere si impietosisca ed esca per dare notizie. Passano diverse ore prima che un paziente venga preso in carico, perché il Pronto Soccorso ha ripreso a macinare a pieno regime e anche per i codici gialli le attese sono lunghe. Così se dentro c’è un malato in grado di utilizzare il cellulare, allora gli aggiornamenti ogni tanto arrivano. Ma se si tratta di una persona molto anziana, o di qualcuno che in quel momento non è autosufficiente, allora l’attesa là fuori, tra ansia, caldo, fatica e incertezza, diviene snervante. E infatti, come da copione, i litigi col personale sanitario o con la guardia giurata, sono all’ordine del giorno. «Siamo in una situazione disumana, da terzo mondo – dice una parente – ho accompagnato mia madre con l’ambulanza alle 10 del mattino, è cardiopatica con varie complicazioni. Dentro ci sono due medici per così tanti pazienti, immagino che gestire anche la comunicazione con noi che aspettiamo fuori sia complicato. Ma provate a mettervi nei panni di chi sta qui per strada, con un caldo da svenire, senza che l’Aou si sia preoccupata di allestire una struttura di accoglienza esterna, con un minimo di ombra e una sedia, almeno per le persone più anziane. In queste condizioni anche chi arriva qui sano, rischia di essere ricoverato. Ecco, ora sono le 16 e solo adesso mia madre è stata adagiata su una barella, perché fino a quel momento continuava a restare sopra lalettiga dell’ambulanza. Ma al momento non so se sia stata visitata e come stia».I tempi di attesa, se non sei un codice rosso, sono lunghi. E, altro grosso problema, il pronto soccorso è punto e accapo: è totalmente sguarnito di barelle perché sono sparse nei vari reparti ospedalieri, a fungere da ulteriori posti letto “provvisori”. Il primo risultato di questa grave carenza lo si legge nel piazzale tra il gabbiotto della guardia giurata e la strada che conduce alla camera mortuaria: ci sono otto ambulanze parcheggiate, tutte in ostaggio delle proprie barelle. I volontari hanno accompagnato dentro il pronto soccorso il proprio paziente, ma non possono andare via perché, finché non viene collocato su un altro letto, resterà sulla barella del 118. Prima di trovare questa sistemazione alternativa, come un’altra barella o un posto libero in un reparto, passano anche tre ore. E in quest’arco temporale il mezzo di soccorso deve rimanere fermo nel piazzale, con i volontari che chiacchierano annoiati anche loro a mollo nei 40 gradi. Tradotto: se dovesse arrivare alla centrale operativa del 118 una chiamata per un’emergenza, gli operatori non potranno contare su otto mezzi da smistare a seconda delle distanze. Significa che i tempi di intervento si allungano, e più girano le lancette e più si accorciano le possibilità di salvare una vita. In questo periodo estivo in cui i potenziali utenti del comparto urgenza si triplicano, l’Aou dovrebbe razionalizzare le proprie risorse, non ingolfare il sistema.

leggi l’articolo su: La nuova Sardegna

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