«Alzheimer, liste d’attesa di un anno nelle Uva»

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L’associazione chiede attenzione verso i malati e le famiglie: «Con il Covid acuiti i loro disagi»
SASSARI. Grido di allarme dall’associazione Alzheimer Sassari: con l’emergenza Covid i cinquemila malati della provincia di Sassari hanno dovuto subire ulteriori ritardi nell’accesso alle “liste di attesa” nelle Uva (Unità di valutazione Alzheimer), che hanno una carenza di organico specialistico. «Le liste di attesa superano, ormai, i dodici mesi per accedere a una diagnosi precoce», è la denuncia dell’associazione che nel suo centro di ascolto, periodicamente, riceve richieste di aiuto da familiari dei malati disperati e lamentele «per l’inadeguatezza di risposte esaurienti da parte di strutture sociosanitarie del nostro territorio». Secondo l’associazione il numero delle Unità di Valutazione Alzheimer è insufficiente così come sono insufficienti i servizi e le risorse finanziarie per l’assistenza alle famiglie. È un quadro a tinte fosche quello che fa Alzheimer Sassari con pazienti e familiari lasciati spesso soli a combattere contro la malattia. Infatti continuano ad essere inesistenti i Centri diurni per l’ospitalità ai malati e ugualmente insufficiente è il numero di Rsa nel territorio regionale. Poi ci sono le lungaggini burocratica per l’accesso ai finanziamenti alle famiglie con la presenza delle disabilità. «La famiglia attraversa le varie fasi della malattia, con difficoltà, cercando di adattarsi: dalla comunicazione della diagnosi alla consapevolezza della cura e di supervisione continuativa, fino alla necessità di risolvere una serie di problemi organizzativi, economici e gestionali – afferma l’associazione –. Questo comporta che i familiari devono dedicare più tempo, più energie fisiche (e psichiche) alla persona malata, alla quale cercano di garantire il massimo della cura. Sono frequenti le situazioni in cui figli e nipoti, soprattutto nelle famiglie numerose, condividono la gestione globale della cura, anche a prezzo della propria attività lavorativa e del tempo libero». L’associazione cita la rivista internazionale “Science’’ che in un articolo di pochi anni fa indicava la famiglia come il principale luogo di cura della demenza: «Venne evidenziato che i congiunti del malato sono la “cura” che funziona meglio per la persona demente, con le loro attenzioni, la presenza, l’organizzazione. I farmaci per la memoria funzionano all’inizio della patologia, ma da soli non possono certo garantire la salute, il benessere, il mantenimento delle capacità funzionali, lo stimolo quotidiano al malato». L’associazione continuerà a battersi perché i diritti dei malati possano essere assicurati.

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