«Cubeddu certamente colpevole»

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In 265 pagine le ragioni dell’ergastolo: «I testimoni sono attendibili, il 23enne partecipò ai due delitti» di Nadia Cossu

08 Gennaio 2021

SASSARI. «L’esame degli elementi probatori ha consentito di affermare al di là di ogni ragionevole dubbio che Alberto Cubeddu ha concretamente partecipato alla ideazione e realizzazione del piano omicidiario ai danni di Gianluca Monni e Stefano Masala, in concorso con Paolo Enrico Pinna». Duecentosessantacinque pagine per motivare la decisione di confermare il carcere a vita per il 23enne di Ozieri accusato di duplice omicidio. L’8 maggio del 2015 avrebbe cioè ucciso, insieme al cugino più giovane Paolo Enrico Pinna (che sta già scontando vent’anni in via definitiva) lo studente di Orune Gianluca Monni e il giorno prima, il 7 maggio, il trentenne di Nule Stefano Masala, di quest’ultimo i due avrebbero anche distrutto il cadavere. La famiglia spera ancora di ritrovare i resti del proprio caro per poterlo seppellire accanto a sua mamma Carmela che si era ammalata subito dopo la scomparsa del figlio.Prima nelle indagini e poi nel processo, le cosiddette “testimonianze chiave” hanno sicuramente rappresentato la svolta decisiva. Quella di Alessandro Taras, ad esempio. Ossia colui che disse di aver accompagnato Cubeddu a incendiare la Opel Corsa di Stefano Masala, l’auto usata l’8 maggio per andare a Orune e uccidere Monni. I difensori hanno sempre cercato di evidenziare incongruenze che a loro dire minavano la credibilità di Taras. E anche quella di Giuliana Mariane, la giovane di Orune che la mattina del delitto Monni vide un’auto scura aggirarsi nel paese e ai carabinieri disse di aver riconosciuto al suo interno proprio Alberto Cubeddu. «Non riconobbe Cubeddu nelle foto che le mostrarono i carabinieri – aveva detto con forza l’avvocato difensore Patrizio Rovelli nella sua arringa – Non disse: “Ho visto lui”. Disse piuttosto che i lineamenti del suo volto erano quelli che più somigliavano al giovane che la mattina dell’8 maggio era a bordo di una Fiat Grande Punto. Nemmeno parlò di un’Opel Corsa…».Nessuna incongruenza, nessuna contraddizione, invece, secondo i giudici di secondo grado che nelle motivazioni scrivono chiaramente: «Tutti i testimoni (compresi quelli citati in aula nel processo di primo grado che si è celebrato a Nuoro ndc) sono stati sottoposti a un esame incrociato lungo, accurato e completo; e le loro dichiarazioni sono state poi vagliate con l’opportuna attenzione e sottoposte a un vero e proprio controllo d’attendibilità». Evidentemente superato. I giudici della corte d’assise d’appello (presidente Plinia Azzena, estensore Carmela Rita Serra) si sono anche soffermati sul tema della necessità «che il giudizio di colpevolezza sia raggiunto “oltre ogni ragionevole dubbio”, ovvero quando vi sia la certezza processuale assoluta della responsabilità dell’imputato. Certezza che, secondo la difesa di Cubeddu, non sarebbe stata conseguita nel caso di specie per l’assenza di “prove”, essendo emersi al più dei labili “indizi”. Trattasi – sottolineano nelle motivazioni – di suggestive quanto inconsistenti argomentazioni (…)». La corte d’assise d’appello ritiene a tal proposito che i giudici di primo grado abbiano «analizzato ogni singolo dato e indizio emerso nel corso dell’istruttoria dibattimentale, dando poi conto della loro valenza ai fini del raggiungimento della certezza processuale della responsabilità dell’imputato».Nelle 265 pagine vengono poi ripercorsi i numerosi riscontri alla ricostruzione – basata anche questa su prove testimoniali – di ciò che accadde a Orune la mattina dell’8 maggio. «Insuperabili considerazioni» che avrebbero consentito di accertare la responsabilità di Pinna (la cui sentenza di condanna passata in giudicato è già di per sè prova utilizzabile, scrivono) e di Cubeddu.I giudici, dopo aver ripercorso le tappe che hanno portato all’omicidio di Gianluca e all’uccisione e soppressione di Stefano, evidenziano il legame tra i due cugini. Partendo dalla sete di vendetta di Paolo Pinna nei confronti di Monni (che aveva osato sfidarlo durante una festa a Orune) analizzano il “profilo del complice” individuato dal giovane di Nule per mettere in atto il suo piano criminale: «Doveva trattarsi di un soggetto del quale potesse fidarsi ciecamente – scrivono nelle motivazioni – molto spregiudicato, pronto a premere il grilletto di un fucile contro un giovane che neppure conosceva. A lui legato da un legame così stretto da condividere con lui la causale dei due delitti, da essere disposto a correre per lui notevoli rischi, ma al tempo stesso controllabile e manipolabile. Dal processo emerge la figura di un solo uomo che risponde a questo profilo, vale a dire Alberto Cubeddu». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

leggi l’articolo su: La nuova Sardegna

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