Nei “Quaderni” l’amore per Ozieri

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In commercio l’opera di Titino Bacciu sulla storia e le trasformazioni della città
OZIERI. È una dichiarazione d’amore alla città il decimo numero dei Quaderni Ozieresi, che l’ideatore e autore Titino Bacciu intitola “Le mie Ozieri”. Nelle sue pagine Bacciu racconta infatti le tre facce – fatte di desideri, paure e sentimenti – della cittadina che lui vive in prima persona dalla sua nascita ma che ha anche una lunga storia da raccontare. Una pubblicazione che è una chiave di volta della serie iniziata lo scorso anno, che per celebrare il traguardo del decimo numero uscirà sia in numero singolo sia in cofanetto con i nove quaderni usciti in precedenza, scritti dallo stesso Bacciu e Antonello Contini, Diego Satta e Roberto Canu. La prima delle tre Ozieri raccontata nel decimo quaderno è quella degli anni ’40 e ’50, che Bacciu descrive in limba perché all’epoca «quasi nessuno parlava in Italiano», ed è un centro urbano che ha il suo cuore nel rione di Donnigaza, allora sede dei “tre poteri”: la giustizia (i carabinieri), la politica (Comune e ufficio di collocamento) e la religione (Piscobia, ovvero la Cattedrale e il vescovato). «Nella narrazione provo a riportare alla luce l’anima del quartiere – dice l’autore – che allora era costituita dalle innumerevoli attività che vi si esercitavano, e passo idealmente davanti alle botteghe e alle case di tutti i lavoratori e gli artigiani». La seconda Ozieri è quella che ha fatto il salto da villaggio a città, di cui Bacciu narra i momenti storici cruciali, dei quali resta traccia nei vari edifici. «Non un semplice luogo ma un centro ben costruito, con un alto grado di dignità, e che ha sempre aspirato a essere più grande di sé stesso. Un centro relativamente piccolo che si fa spazio fra i grandi centri dell’isola e che esercita un appeal che arriva da molto lontano, che proviene dalle profondità della storia e dalla coscienza che i cittadini hanno di sé». La terza Ozieri è infine la città che dagli anni ‘60 è uscita dal suo nucleo iniziale e si è diffusa nelle colline, dove sono state costruite ville e villette che non sono più solamente appannaggio delle classi abbienti. «Un fenomeno talmente ampio che può farci parlare di “città diffusa” – dice Bacciu – e che ha anticipato quelle nuove modalità di vita, lavoro, tempo libero che il Covid sta imponendo. Nella campagna infatti – prosegue l’autore – la città trova il suo ambiente “naturale”, non solo come luogo di abitazione ma anche come luogo di produzione». Il decimo numero e il cofanetto sono già in commercio, con la stampa curata da Ramagraf e la grafica Antonello Sabattino. (b.m.)

leggi l’articolo su: La nuova Sardegna

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