Coltivava marijuana patteggia 13 mesi

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La piantagione era stata scoperta a Mores dalla polizia L’allevatore di 58 anni nascondeva la droga in un fienile  
SASSARI. Ha patteggiato un anno e un mese di reclusione con la sospensione condizionale della pena Pasquale Giorgio Turtas, allevatore 58enne originario di Bitti ma residente a Mores, arrestato un anno fa dagli agenti della squadra mobile di Nuoro con l’accusa di aver messo su una mega piantagione di marijuana.Le 240 piante di cannabis indica erano state scoperte all’interno di un capannone-ovile nelle campagne di Mores, nella località “Preddas Fittas” nel corso di un’inchiesta che aveva interessato la colonia penale di Mamone e che la prima settimana di luglio di quest’anno aveva portato, a Nuoro, all’arresto di cinque persone (tra cui un impiegato amministrativo e un poliziotto penitenziario) accusate a vario titolo di peculato, ricettazione e coltivazione di marijuana. La droga sequestrata a Turtas, difeso dall’avvocato Antonio Secci, era destinata secondo gli investigatori al mercato del Logudoro. «La marijuana – si legge nell’ordinanza del tribunale – era nascosta in un locale non visibile dall’esterno in quanto occultato da alcune”rotoballe “ di fieno, dotato di sistema di illuminazione irrigazione e areazione per la maturazione delle piante». L’indagine aveva preso le mosse dal ritrovamento, nel 2017, di otto cellulari e di marijuana in una delle diramazioni di Mamone, che un anno fa ha portato all’arresto di una persona titolare di una piantagione di cannabis nelle campagne di Mores e di altre tre persone. «Un gruppo criminale non improvvisato – ha scrive il gip di Sassari nell’ordinanza – ma ben collaudato» che manifestava «scaltrezza» utilizzando «per le comunicazioni concernenti la coltivazione illecita schede telefoniche “dedicate” intestate a prestanome del Bangladesh». Il gip ha rimarcato poi che «gli elementi probatori riguardanti la piantagione realizzata a Mores erano emersi sulla base delle intercettazioni telefoniche e ambientali». Il filone nuorese dell’indagine aveva scoperchiato invece un sistema che consentiva di far uscire da Mamone formaggi, carne e legna, destinati a un mercato clandestino, senza che restasse traccia di questi passaggi nei registri di carico e scarico. Merce sottratta – secondo le accuse – alla contabilità della produzione grazie a un impiegato amministrativo e a un poliziotto penitenziario infedeli. (l.f.)

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