Il calvario di un malato di covid

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Esposto in Procura delle figlie di un 80enne morto nel reparto Infettivi dopo il contagio al San Nicola di Luca Fiori

11 Luglio 2020

SASSARI. «Abbiamo salutato nostro padre da un vetro, quando ormai non riusciva più a vederci, né a rendersi conto di quello che gli stava succedendo. Il suo è stato un calvario di due mesi, durante i quali ci sono state troppe cose – accadute prima nella Rsa “San Nicola” e poi nel reparto di malattie infettive della Aou di Sassari – per le quali qualcuno probabilmente dovrà rispondere davanti alla legge».Hanno presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Sassari le figlie di un 80enne originario di un paese della provincia ma residente in città, ospite dal 2014 della struttura di accoglienza per anziani “San Nicola” di Sassari, deceduto – da solo in ospedale – il 21 giugno, scorso dopo aver contratto il covid all’interno della residenza di Piandanna e aver riportato poi la frattura del femore durante il ricovero nel reparto “Infettivi”.Dopo la dettagliata relazione depositata dai familiari, il sostituto procuratore Paolo Piras ha aperto un fascicolo – nella quale al momento non risultano indagati – per accertare se da parte degli operatori della Rsa prima e del reparto “Infettivi” in un secondo momento, ci siano state negligenze nella cura dell’anziano paziente che fino ai primi di marzo era autosufficiente. Il titolare della maxi inchiesta sulla gestione dell’emergenza covid nel Sassarese, ha affidato ai carabinieri del Nas l’incarico di sequestrare le cartelle cliniche di questo e di altre decine di casi. In campo anche gli ispettori dello Spresal che su indicazione della magistratura stanno raccogliendo informazioni sulle condizioni di lavoro all’interno di aziende sanitarie e Rsa nel periodo caldo dell’emergenza.Proprio su questo – sulla possibilità che le precauzioni non siano state adeguate – puntano il dito le due figlie dell’ottantenne deceduto venti giorni fa, con il corpo pieno di piaghe e con un femore rotto a causa della caduta dal letto all’interno del reparto di malattie infettive della Aou. «Fino ai primi di marzo nostro padre stava bene – raccontano le figlie dell’80enne – leggeva i giornali e gli piaceva tenersi informato. Il suo calvario è iniziato a metà marzo, una decina di giorni dopo la chiusura al pubblico della residenza San Nicola in cui era ricoverato da sei anni». Il 19 marzo le figlie del pensionato ricevono la notizia che il padre è risultato positivo al covid. «Siamo riuscite a parlare al telefono con lui – raccontano con dolore – ed era spaventato, aveva iniziato a rifiutare il cibo». Dieci giorni dopo la situazione all’interno della Rsa precipita. I parenti dei ricoverati scrivono al prefetto, al sindaco e alla Regione e a quel punto l’Esercito invia degli ufficiali medici. I tamponi dei 120 pazienti rivelano che 54 sono positivi al coronavirus e a questi vanno aggiunti trenta operatori. «Il 3 aprile nostro padre viene trasferito nel reparto di malattie infettive – spiegano le figlie – e quando riusciamo a vederlo attraverso un tablet ci chiede di portarlo via da lì». A fine aprile la situazione sembra volgere al meglio perché l’80enne dopo tre tamponi risulta guarito dal covid, ma il primo maggio arriva la doccia fredda per le figlie. «Ci hanno chiamato dal reparto – spiegano con rabbia – per dirci che nostro padre era caduto dal letto e si era rotto il femore». L’intervento era troppo rischioso per un paziente così anziano e il 27 maggio l’uomo rientra al San Nicola, ma gli operatori si rendono conto che è pieno di piaghe. L’uomo si aggrava, da un nuovo tampone risulta nuovamente positivo al covid e il primo giugno viene riportato nel reparto Infettivi. Venti giorni dopo muore da solo in ospedale. Ora le figlie chiedono alla magistratura di accertare se per questo triste calvario si sarebbe potuto evitare.©RIPRODUZIONE RISERVATA

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