Il boss dei casalesi scarcerato da Bancali, l’indagine del ministero arriva in Sardegna

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È un caso nazionale la liberazione (con differimento pena) del boss della camorra, Pasquale Zagaria, uscito dal carcere di Bancali qualche giorno fa. L’esponente dei Casalesi, gravemente malato, è stato mandato ai domiciliari nel Bresciano (in piena zona rossa Covid) perché gli ospedali sardi sono pericolosi, in quanto focolai del coronavirus. In particolare, il “Santissima Annunziata” di Sassari. Il ministero della Giustizia ha aperto una indagine interna che ora arriva in Sardegna.

Via il capo del Dap

Dopo le polemiche seguite alla scarcerazione di Zagaria, il direttore del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, si è dimesso dall’incarico. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede ha dichiarato: «Accertamenti sono in corso, a seguito dei quali verranno prese tutte le determinazioni necessarie». I fatti al centro dell’indagine interna (una vicenda imbarazzante per lo stesso Guardasigilli) sono avvenuti a Sassari. Zagaria, considerato uno dei cervelli dei Casalesi, sta scontando la pena a Bancali, in regime di 41 bis. Il boss è molto malato e il Tribunale di Sorveglianza di Sassari ha segnalato più volte al Dap la necessita di individuare una struttura (a Roma o Viterbo) per il trasferimento del camorrista. Le indagini interne devono verificare la ragione del silenzio del Dap. I giudici sassaresi, a causa delle mancate risposte, sono stati costretti a mandare Zagaria ai domiciliari. Va precisato che tra cinque mesi, il boss dovrà rientrare in carcere.

Gli ospedali sardi

Nell’indagine entra anche un altro aspetto, ossia il no di due ospedali sardi (quello di Sassari e il Brotzu di Cagliari) al ricovero di Zagaria. La ragione del rifiuto è il rischio di contagio Covid. Possibile che le due strutture sanitarie sarde siano meno pericolose di altre che si trovano in una delle zone più colpite dal virus a livello mondiale? La domanda entra nelle verifiche in corso. Zagaria ha potuto raggiungere la compagna. La donna è stata condannata (non per associazione mafiosa) insieme ad altre donne legate ai capi del clan camorristico. Anche questo è un tema dell’inchiesta.

Andrea Busia

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