Sassari, ripartono i processi ma a porte chiuse e senza testimoni

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Settore civile favorito dal telematico, il penale in sofferenza. Il presidente Massimo Zaniboni: inevitabili rallentamenti  di Nadia Cossu

28 Aprile 2020

SASSARI. Se fino a oggi l’attività giudiziaria a Sassari è andata avanti limitatamente a direttissime, interrogatori di garanzia e tribunale della libertà, dall’11 maggio si deve necessariamente ripartire con i processi provando a fronteggiare tutte le difficoltà e a ridurre al minimo il “danno” che questo stop forzato ha causato anche al settore giustizia. Una cosa è certa: nulla potrà essere come prima e questo significa che ci sarà inevitabilmente un rallentamento nella conclusione dei processi. Almeno per ciò che attiene la sfera penale. Il presidente del tribunale di Sassari, Massimo Zaniboni, a questo proposito infatti spiega: «Nel civile è possibile far andare avanti tutto ciò che non richiede la partecipazione dei testimoni, il processo telematico rende tutto più fluido, gli avvocati vengono “sostituiti” dallo scambio di note scritte. Ma nel penale il discorso è nettamente diverso. Il 12 maggio si dovrà decidere la linea da adottare, aspettiamo le indicazioni generali che verranno date a tutti i distretti e poi bisognerà pensare alla realtà locale». La priorità sarà data ai processi con detenuti e a quelli che sono già arrivati alla fase della discussione. «Ma in ogni caso quel poco che si potrà fare sarà soggetto a restrizioni. Porte chiuse, distanziamento, dispositivi di protezione». E se non è pensabile fare telematicamente una corte d’assise o una camera di consiglio, bisognerà trovare una soluzione che contempli la possibilità di portare avanti i processi garantendo a tutte le parti condizioni di massima sicurezza. E proprio qui dovranno necessariamente concentrarsi gli sforzi.«Da anni l’Avvocatura auspica un accesso da remoto agli uffici – aggiunge Giuseppe Conti, presidente dell’ordine forense – utile per velocizzare, ridurre i costi e le inutili perdite di tempo che il deposito di atti, la richiesta di informazioni e la consultazione dei fascicoli comporta. Oggi l’obiettivo sembra solo in parte raggiunto. Diversamente dal processo civile telematico quello penale continua a incontrare resistenza per via dell’enorme mole di dati sensibili che come tali dovrebbero restare riservati. Paradossalmente, proprio in conseguenza dell’epidemia, qualcosa si è mosso anche nel processo penale attraverso un limitato utilizzo della nuova tecnologia. Ma ciò che stupisce è che i responsabili della politica giudiziaria anziché incentivare l’utilizzo della tecnologia rafforzandone i sistemi di sicurezza, realizzino, di fatto, una riduzione di diritti e garanzie del cittadino che si trova ad avere a che fare con il mondo della giustizia».«Non si possono smaterializzare le persone né il processo». Parte da questa ferma premessa l’avvocato Marco Palmieri, presidente della camera penale di Sassari. «Non siamo scioccamente arroccati su posizioni retrograde – precisa – sappiamo che alcune cose si potrebbero fare da remoto, se servissero a snellire il processo penale, come lo scambio di atti e memorie per via telematica. Ma il Covid 19, per dirla con le parole del professore emerito Tullio Padovani, è diventato una scusa per trasformare il processo in un pasticcio». Palmieri spiega: «La nostra proposta limitatamente alla fase 2 della pandemia è, dunque, di buon senso, e non certamente di annullamento del processo fisico. Riprendere a fare udienze penali in aula, con numeri ridotti, con un criterio di scelta dei processi da trattare che ci veda interlocutori del Tribunale e per esso della magistratura, per poi andare a regime entro la fine del 2020, nella certezza di una non reviviscenza del virus». Gli avvocati vogliono ricominciare a lavorare «mentre non vorremmo dover riprendere un periodo di astensioni dalle udienze se l’idea del processo da remoto diventasse espressione ideologica di una concezione di giurisdizione e di processo diversa dalla nostra».©RIPRODUZIONE RISERVATA

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