«Troppa burocrazia e indennità negate, siamo alla deriva»

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Porto Torres, il settore occupava 120 persone: oggi sono 30 Attorno ai pescherecci un indotto di oltre mille addetti

SASSARI. Era uno dei comparti più produttivi del nord Sardegna quello della pesca, ma nel corso degli anni è stato dimenticato, affogato dalla burocrazia e dalla mancanza di prospettive e lentamente sempre più barche si sono fermate, tanto che la categoria oggi rischia di scomparire. A Porto Torres i pescherecci in attività sono rimasti 10 e complessivamente occupano una trentina di lavoratori, ma negli anni ’80 e ’90 la flotta contava 32 motopesca con più di 120 persone imbarcate e un indotto importante che superava di gran lunga i mille addetti.

«Oggi la pesca è in ginocchio, non vece la luce in fondo a un tunnel nel quale siamo entrati e non riusciamo più a uscire – racconta Lorenzo Nieddu, armatore-pescatore – e la crisi avanza a grandi passi, con effetti devastanti. Siamo praticamente fermi, le uscite in mare si sono ridotte del 70 per cento. E ora con l’emergenza Coronavirus è arrivato il colpo di grazia. Sarà impossibile andare avanti. Rinascita e ripartenza? Ma come si fa se non sappiamo neppure cosa possiamo fare domani?».

Tristezza, rabbia e anche la rassegnazione che avanza. Tante parole e un mondo che sembra essersi fermato: «Tutti odiano lo strascico – racconta ancora Lorenzo Nieddu – ma è un sistema di pesca che è stato sottoposto a regole severe. E se le rispetti perchè non va bene? Il problema reale però non è questo. Io dico una cosa: ma se vai ai banconi del mercato e cerchi determinate specie ittiche come pensi che vengano pescate? Senza l’attività dei pescherecci il settore del commercio ittico risulterebbe fortemente ridimensionato e il prodotto verrebbe in larga parte importato, cosa che già avviene in maniera esagerata. Gli altri pescano e noi stiamo a guardare, imbrigliati da leggi contorte e con limitazioni che forse nessun altra categoria ha». Difficilissimo resistere, ogni anno sempre di meno e i giovani non vogliono più andare a pescare. Non c’è ricambio generazionale. «Noi non stiamo insegnando a nessuno – prosegue Nieddu – , abbiamo appreso un mestiere che ci è stato tramandato. Ma io li capisco i giovani: non vedono futuro nella pesca e immaginano solo sacrifici, senza gratificazioni e un reddito sempre precario. Perchè dovrebbero scegliere di fare i pescatori?»

La crisi c’è sempre stata, ma mai gli operatori si erano sentiti così sul ciglio di un precipizio. «Siamo in grave difficoltà, praticamente fermi, se va bene riesci a fare una giornata la settimana – dice ancora Lorenzo Nieddu –; tra fermo biologico, fermo tecnico settimanale e maltempo, ci sarebbe da lasciar perdere. Resistiamo ma nessuno ci ascolta. Abbiamo in arretrato due annualità dell’indennità per il fermo, relative al 2018 e 2019. Stiamo parlando di 3400 euro l’anno per la barca (quindi all’armatore) e 950-1000 euro per il marinaio. Perchè non ci vengono erogati, soprattutto in questo momento in cui davanti abbiamo solo incertezze? Potrebbero essere utili alle nostre famiglie, una boccata d’ossigeno. Chiediamo che le indennità vengano liquidate, il fermo c’è già stato, abbiamo perso abbastanza e ora non si lavora. Molte pescherie sono chiuse, i magazzini quasi non ritirano più il pesce. Siamo veramente a un bivio: non sappiamo che fare oggi, altro che prepararsi a ripartire. La Regione si prodighi per sbloccare le risorse e dimostri che ancora fare il pescatore in Sardegna ha un senso».

L’ultimo pagamento delle indennità risale al mese di settembre dello scorso anno: «La Regione ci ha liquidato il 2017 – conclude Nieddu – mi chiedo perchè questo ritardo? Sanno della crisi e il momento è drammatico, non si può fare finta di niente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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