«Paura e silenzio, il viaggio tra la gente che ce la farà»

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Sergio Carta ha 46 anni, sposato, da 26 fa l’operatore ecologico a Porto Torres  Il racconto di una giornata di lavoro per strada dove niente è come prima

SASSARI. Sergio Carta ha 46 anni, fa l’operatore ecologico e svolge anche attività sindacale, è sposato, vive e lavora a Porto Torres. Il suo è uno di quei mestieri difficili, spesso inserito nella categoria degli “incompresi” perchè nonostante tutto dall’altra parte ci sono sempre gli “incontentabili”. In questi giorni in cui tutti o quasi stanno a casa, Sergio come tanti colleghi è per strada dalla mattina presto perchè la pulizia delle città non si ferma.

«In tempo di Coronavirus l’operatore ecologico ha parzialmente cambiato le proprie abitudini – racconta Sergio –, se prima ti presentavi in cantiere per timbrare il cartellino alle 6 ora lo fai con tre quarti d’ora d’anticipo, vuoi per la notte parzialmente insonne pensando all’attualità, vuoi perché in un cantiere di 40 persone per evitare assembramenti si entra a scaglioni».

E com’è oggi Porto Torres, la città che già attraversava una crisi profonda con tanti disoccupati e attività chiuse? «Fino alle 7 la città è la stessa – dice Sergio – , ma dopo quell’ora ti accorgi che è tutto diverso, non senti più il rumore dei piattini allineati sui banconi prima di appoggiarci sopra le tazzine del caffè nei bar. E faccio fatica a non percepire più lo strombazzare dell’auto guidata dal conducente impaziente che ti metteva fretta perché doveva passare lui. Ora le auto le vedo parcheggiate, le serrande dei negozi abbassate. E questo rende quasi spettrale il paesaggio: verso le 8 non senti più i bambini che vanno a scuola, gli autobus non fanno più fermate. É un mondo diverso che ci accoglie». E loro non si fermano. Niente eroi per carità, ma gente che fa il proprio dovere. «In mezzo ci siamo noi – racconta Sergio con un velo di tristezza, anche lui che di natura è un allegrone capace di trasmettere la carica anche ai peggiori catastrofisti – che ci sforziamo di dare una parvenza di normalità alla giornata lavorativa. Certo che le paure le abbiamo: i guanti in lattice sotto quelli anti taglio, non possiamo aggiustare la mascherina per non contaminarla, ci scambiamo poche parole con i colleghi a distanza, temiamo sempre che le protezioni non siano sufficienti anche se non avviciniamo nessuno a parte i soliti invadenti».

Il tempo scorre veloce, anche se tutto intorno c’è un senso di solitudine. «Il lavoro è aumentato – sottolinea Sergio – perché la gente quando sta a casa produce più rifiuti. Devo dire che in 26 anni che faccio questo lavoro non ho mai ricevuto tanti “grazie” come in questi 15 giorni. Siamo passati da capro espiatorio quando le cose non vanno bene a benefattori del senso civico. Finita la giornata si torna a casa e anche lì bisogna applicare le precauzioni del caso, via le scarpe all’ingresso e finalmente un po’ di riposo». Gli ultimi pensieri della giornata? «Mi piace pensare che ce la faremo e torneremo più casinisti di prima».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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