Coronavirus, nella trincea delle edicole aperte: grazie a loro la gente può informarsi

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Sassari, la città deserta vista dalle edicole, ultimi avamposti di informazione e cultura. «Alle 6 ci sono già clienti che ci aspettano ma lavoriamo in condizioni di rischio»

SASSARI. Le serrande si sollevano alle 6 di mattina, tra le poche a poterlo fare, e nella città fantasma c’è già qualcuno in fila che aspetta. Clienti anziani, altri abitudinari, qualcuno col cane al guinzaglio. Cercano un collegamento col mondo reale, oltre che qualche giornale indispensabile per trascorrere la lunga giornata in casa. Le edicole sono diventate avamposti di frontiera, luoghi di veloci incontri in tempi di proibizionismo sociale. Fino a qualche settimana fa sembravano gli ultimi rimasugli di un mondo cartaceo destinato a spegnersi per consunzione, oggi la gente si avvicina edice “grazie di esistere”.

«In tanti ci incoraggiano a restare aperti, è una gratificazione che mi inorgoglisce. Allo stesso tempo, vista la situazione, ne avrei fatto a meno». Francesco Dessole, presidente provinciale Snag, vende giornali dal 1989. Prima come dipendente, poi, dal 2006, da titolare nel suo box a un passo dalla chiesa di San Giuseppe: «All’apertura arrivano i primi vecchietti che non rinunciano al giornale – racconta –, il resto della giornata è surreale. Questo è un posto molto di passaggio, alcuni clienti abituali non li vedo più e sono spuntate facce nuove. L’impressione che ho è che in questo momento si stiano riscoprendo i giornali. Con gli altri colleghii abbiamo creato una chat WhatsApp di mutuo soccorso, ci scambiamo notizie, opinioni e se serve anche i giornali, l’importante in momenti come questi è restare uniti. Vendiamo quotidiani e riviste, tanta enigmistica soprattutto per i bambini. Molta gente sta rivalutando il nostro ruolo e ci ringrazia perché continuiamo a garantire l’informazione, lo facciamo volentieri grazie anche al sostegno del nostro distributore locale. E mi piacerebbe che, quando la vita riprenderà, tutto questo non venga dimenticato».

In piazza Azuni, nel cuore del centro storico, Cristina Atzeri quando arriva trova già la coda: «Tutti ordinati e distanti tra loro come bisogna fare adesso – dice – ma nessuno rinuncia all’appuntamento col quotidiano. Ne comprano di più, anzi, perché sto vendendo anche quelli nazionali. Sono fortunata perché qui vicino c’è una farmacia e oltre ai clienti abituali ci sono un po’ di passanti. Quello che è cambiato è il contesto: il primo giorno dell’ordinanza di chiusura mi è venuto da piangere, mi sembra di essere dentro un film col mondo distrutto da una guerra atomica».

Mariella Casti tiene duro in piazza Porrino: «Questo è un quartiere residenziale, la gente continua a scendere, penso che cerchino soprattutto l’informazione di qualità: in un momento così difficile, con tante fake news sul web. Meglio che in altri posti, per esempio mio marito, in via Roma, con gli uffici e gli studi professionali chiusi ha registrato un calo importante. Il lavoro c’è, mi dispiace però dire che noi siamo comunque esposti a un certo rischio e nessuno ha pensato di dotarci almeno di un kit di sicurezza». La resistenza continua anche in periferia: «Cerco di lavorare in sicurezza tenendo fuori i clienti – dice Simone Castia, dell’edicola di Sant’Orsola –. Vicino c’è un supermarket e u n tabacchino, la gente si ferma e compra più giornali del solito».

La sera, la città si svuota totalmente. E quasi tutte le edicole abbassano le loro serrande rendendo tutto ancora più spettrale fino all’alba del giorno dopo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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